A Parma per mano. Perché viaggiare insieme ha un senso, anzi cinque.

“Sai, Pulce, perché mi piace viaggiare con te?”

“Perché sono simpatica, mamma?”

“Sì, certo. E anche perché con te tutto è più colorato, tutto ha un sapore diverso…”

“E anche un odore diverso? Annusa i miei piedi!”

“Bleah!”

Ok, impossibile fare discorsi seri con le Pulci, ma a Parma è andata davvero così. Un viaggio lungo appena due giorni per riscoprire piaceri e sensazioni semplici. Un senso alla volta.

OLFATTO, innanzitutto, come suggerisce la Pulce.

La nostra visita comincia a pochi chilometri dal centro città, già alle otto del mattino perché è proprio quella l’ora in cui alla Latteria Sociale San Pier Damiani cominciano a lavorare il latte munto all’alba per produrre il formaggio Parmigiano. Infilati cuffie e copriscarpe, raggiungiamo i casari intorno alle caldaie: due uomini ben piazzati e Adele, la nostra guida, non perdono tempo. Rimestano il calderone e aggiungono il caglio mentre ci raccontano del loro lavoro. Misurano la temperatura, si appuntano orari precisi e si scambiano sguardi eloquenti. Tre persone un solo movimento, una danza silenziosa che dà inizio a una serie di magie: il latte caglia e si condensa in una pappa molle, la pappa si deposita sul fondo e viene ripescata con lunghi arnesi e teli di lino. Infine un taglio netto e, voilà, ecco la pasta necessaria per riempire due forme di Parmigiano. Una scena ipnotica e meravigliosa, perfetta, o quasi perfetta… Se non fosse per quell’odore intenso. Un odore di rappreso, di caldo e di fluido, non più di latte, ma nemmeno di formaggio. Un profumo all’inizio, poi, con lo scorrere del tempo, una presenza un po’ ingombrante, che si trasforma infine in disagio, in una vera e propria persecuzione. Quell’odore infatti non ci abbandona più, né nelle stanze umide della salatura, né nel magazzino dove più di cento forme di Parmigiano riposano per mesi e mesi, né infine nell’abitacolo dell’auto quando torniamo a finestrini spalancati verso la città.

“Accidenti che lavoro duro e sapiente c’è dietro uno spicchio di Parmigiano!”

Commentiamo noi grandi. Ma con un orecchio ascolto le due Pulci confabulare sul sedile posteriore:

“Non penso che questa puzza andrà via facilmente”

“Va be’, allora è completamente inutile fare la doccia!”

“Giusto! Dillo tu a mamma…”

E GUSTO, naturalmente!

Al di là dell’odore, la visita al caseificio presenta molti aspetti gustosi: assaggiamo la pappa appena cagliata prendendola direttamente con le mani, ci facciamo scivolare in bocca i lunghi riccioli della pasta rifilata dalle forme di qualche giorno prima e, alla fine del giro, impariamo a riconoscere le diverse stagionature del Parmigiano. Le Pulci diventano subito esperti navigati e ci guidano negli abbinamenti del formaggio con i mieli e gli aceti più giusti. Usciamo dallo stabilimento con sachetti pieni di acquisti e le papille in festa. Una festa che durerà per tutta la nostra permanenza in città, perché scopriamo subito che “se dico Parma, dico anche…”: prosciutto di alta qualità, torta fritta intorno alla quale avvolgere voluttuose fette di insaccati e tortelli alle erbe, alle noci e a mille altri sapori. E poi, da bere, Malvasia, un bianco brioso e fruttato che all’Osteria dei Servi sorbiamo da piccole ciotoline di ceramica bianca: un gesto antico che sembra rendere ancora più gradevole il gusto di quel vino.

Ma anche TATTO, care le mie Pulci!

È sabato mattina e siamo appena arrivati in città. Mi basta uno sguardo alle sporte delle donne che camminano per strada e avverto subito la presenza di quel grande mercato che, girato l’angolo, scopriamo snodarsi lungo gli slarghi, i vicoli e le stradine del complesso monumentale della Pilotta. Così, in modo non proprio onesto, propongo una tappa “colazione due” al fascinoso Caffè Cristallo di Piazza della Pace e vi mollo lì, Pulci, con Baba immerso nella lettura dei giornali. Veloce come un furetto, sgattaiolo dritta verso un paio di banchi che ho individuato passando, con una sola occhiata. Venti minuti di perfetta solitudine a raspare tra vestiti e borse. Ho le braccia immerse fino ai gomiti nei mucchi, sento le stoffe che mi scivolano tra le mani e avverto il tepore della spalla della donna che rovista tra gli abiti proprio accanto a me. Sì te, cara, un po’ consulente di moda e un po’ rivale. Perché ti ho sentita, sai, che dal fondo del cumulo tiri la stessa maglia che io stringo tra le dita. Poi d’istinto alziamo la testa, incrociamo gli sguardi e un po’ imbarazzate ci nascondiamo entrambe dietro un commento falsamente cortese:

“Prego, prego,  la prenda lei. Quel colore le sta benissimo!”

Vinco io, anche se fingo di arrendermi. Mi sento felice e pronta a tornare verso il bar con il portafogli più leggero, una pesante borsa arancione in mano e la piacevole sensazione dei manici di plastica che mi si arrotolano nel pugno, proprio come devono fare le buste del mercato.

La VISTA va da sé!

Parma è una città monumentale e deliziosa al tempo stesso. Ci sono i monumenti imperdibili della città: il duomo, il palazzo vescovile e il battistero progettato da Benedetto Antelami (tutti visti rigidamente da fuori: “Perché dentro è noioso” “Ok, grazie mille, eh Pulci?”). Ma ci sono anche le coloratissime facciate del lungofiume, le botteghe alimentari di Piazza della Ghiaia e gli angoli del Borgo Paggeria, l’infilata di locali ed enoteche di Via Farini, continui inviti a spingersi  un po’ più in là, per scoprire cosa c’è di nuovo e straordinario dietro l’angolo.

“Dai, forza, ancora qualche passo, Pulci, e poi facciamo una pausa”

“Quanti passi?”

“Non so, cento… duecento!”

“Allora conto! Uno, due,…”

Ommm! Quando la crisi si fa seria, però, ci rifacciamo gli occhi perlustrando il Castello dei Burattini, dove maschere e costumi di ogni epoca e foggia cancellano dalla vista le foschie della noia e, infine, esploriamo i sentieri del Parco Ducale fino a scoprire i “grilli”,  ciclocalessi dal look vintage, che fanno dimenticare alle Pulci qualunque traccia di mal di gambe.

E infine l’UDITO!

Perché Parma, oltre a essere una città d’arte è anche una città di musica: nella campagna parmense è nato Giuseppe Verdi e in città, oltretorrente, si può ancora visitare la casa di Arturo Toscanini e, infine, nel cimitero della Villetta riposano le spoglie di Niccolò Paganini. Camminando per le vie della città, capita spesso di sentire arpeggi e scale suonate da studenti che si esercitano, prove di cori, refoli di sonate o arie cantate che filtrano dagli infissi secolari delle sale da concerto. Al ristorante ci si trova al tavolo accanto a strumentisti che accatastano custodie di viole e tromboni contro il muro e in fila alla toilette si ascoltano stralci di conversazioni che iniziano con “Prima lei, Maestro…” Insieme alle Pulci, un indizio sonoro dopo l’altro, ci ritroviamo alla Casa del Suono, uno strano museo in cui facciamo un rapido viaggio nella storia della fonoriproduzione e della fonodiffusione, dal magnetofono all’iPod. Al termine della visita una studentessa del Dipartimento di Ingegneria del Suono ci chiede se vogliamo provare la Sala Bianca. Accettiamo e ci lasciamo chiudere in una spazio completamente rivestito di pannelli bianchi, dietro i quali, ci spiegano, sono nascosti quasi duecento canali sonori: la promessa è quella di un suono a 360°. Si spengono le luci e ci stringiamo un po’, non proprio preoccupati, ma con una leggera inquietudine per l’attesa. Si inizia ascoltando il rombo di una moto che sembra girarci intorno e poi parcheggiarci accanto, quindi esplode un brano di musica sinfonica di una potenza e una pulizia mai sentite e infine, proprio quando le Pulci cominciano per protestare per tutta quella “roba barbosa”, ecco arrivare i rumori di una fattoria. Uccellini, acqua, fronde che fremono, i suoni della quiete, insomma, fino a che all’improvviso spuntano i latrati di un branco di cani arrabbiati. Che spavento!

“Ah, aiuto!… Ma sono davvero qui, i cani?

E giù a ridere per la paura. Che suono la vostra risata, Pulci! Il più piacevole alle mie orecchie.

1. In Via Farini, tra un bar e l’altro, si nasconde una libreria Feltrinelli Red aperta fino a sera. Che lusso, dopo aver cenato, passare un quarto d’ora con le Pulci a scegliere il libro che leggeremo prima di addormentarci! 2. La Latteria Sociale S. Pier Damiani è un’azienda delle giuste dimensioni per riuscire a osservare da vicino tutti gli aspetti più artigianali della produzione del Parmigiano. 3. Piazza della Ghiaia ospita ristoranti, locali da aperitivo, mercatini, iniziative di finger food e piccoli spettacoli di strada. Una tappa obbligata a fine giornata. 4. Patti, io ti apprezzo come artista, ma che smisurata considerazione di sé ci vuole per esporre tutte quelle polaroid delle vacanze spacciandole per una mostra fotografica!

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