Se il Racconto non racconta, partiamo!

“Il racconto dei racconti” si presentava come una cine-tentazione irresistibile per qualunque cacciatore di storie che si rispetti: tratto da un pentamerone seicentesco a lungo al centro di intensi dibattiti letterari, attinge a piene mani dalla tradizione popolare e promette scenari fiabeschi e intrecci immaginifici.

Che dire? Se c’è una regola per i cacciatori di storie, è che alle tentazioni non si resiste! E così mi sono infilata tra le tende di velluto del cinema più vicino e mi sono spinta nell’oscurità della sala con il petto che palpitava di aspettativa, pregustando avventure straordinarie.

L’inizio del film  è stato folgorante: palombari e mostri marini nelle improbabili profondità delle Gole dell’Alcantara, ferite mortali, un cuore reciso e sanguinante e uno di ghiaccio ben piazzato nel petto di una regina triste.

Ma dopo poche scene, il misterioso buio della proiezione ha cominciato a brillare di tanti piccoli schermi luminosi, segnali inequivocabili al tempo dello smartphone, spie inconfutabili di noia, indolenza e distratta insoddisfazione.

Le storie di portata universale e la raffinata ricerca nei costumi e nelle ambientazioni niente avevano potuto contro un ritmo inesorabilmente lento e, soprattutto, contro il realismo con cui venivano rappresentate le location delle storie. Nel film Castel del Monte era in tutto e per tutto Castel del Monte, quello di Roccascalegna corrispondeva alle cartoline delle cartolerie abruzzesi e quello di Donnafugata era proprio lì, a 15 km da Ragusa.

Una scelta forse dettata dal rigore filologico o ancora dalla volontà di trasmettere il messaggio che qui in Italia viviamo già in posti così tanto favolosi che è sufficiente mostrarli così come sono per trasmetterne la magia. Una scelta, però, che almeno su di me ha suscitato un effetto ben diverso: l’effetto del teatro sotto le stelle nelle torride serate di agosto, l’effetto della rappresentazione in costume durante la festa paesana, l’effetto un po’ cheap di unintellettualismo che, per vezzo e presa di posizione, si rifiuta di essere coinvolgente fino in fondo.

E per tutto il film non ho potuto fare a meno di pensare che se la telecamera si fosse spostata leggermente più in là, solo un po’ più a sinistra, avrebbe inquadrato il chiosco con la porchetta di Ariccia. Suggestione gustosa, ma un po’ prosaica.

In ogni caso restano innegabili la qualità della regia, la cura della fotografia, l’approfondimento letterario della pellicola e, soprattutto, l’incredibile capacità di far fare allo spettatore il giro d’Italia in sole tre storie. Perché, per raccontare la regina, la pulce e le due vecchie, le riprese del Racconto dei Racconti hanno toccato Lazio, Campania, Puglia, Sicilia, Abruzzo e Toscana, scovandone gli angoli meno conosciuti!

E così, una volta uscita dal cinema, più che di leggere, di ri-leggere e di riflettere, mi è venuta una gran voglia di far le valigie e di partire, perché sono tante le location utilizzate nel film che non conoscevo. A partire da quella più vicina, il Castello di Sammezzano, a Reggello sopra Firenze, di cui vi propongo un brevissimo trip-trailer che ha fruttato al mio amico e collega Nicola Leone, multimedia designer, una nuova accessoriatissima telecamera.

Nicola è un (simpatico) pazzo che ha documentato l’opera di un altro pazzo (diciamocelo), Ferdinando Panciatichi Ximenes d’ Aragona, nobile signore toscano che sull’onda della corrente culturale ottocentesca dell’Orientalismo trasformò la sua residenza in un eclettico castello tematico.

Pronti? Andiamo, perché la verità è che non esiste un racconto dei racconti, perché i racconti non finiscono mai.

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