Ti scrivo perché ho paura

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Nella ricorrenza dei 100 anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale Pisa regala alla cittadinanza una delle splendide mostre di Palazzo Blu, I Segni della Guerra (28 marzo – 5 luglio 2015). L’esposizione, divulgativa e coinvolgente, corre in equilibrio tra la globalità del conflitto e le sue ricadute civiche, senza mai scadere nell’epica paesana.

A raccontare le tappe del conflitto sono due Pisani, uno studente interventista e un operaio socialista, già reduce della Libia, interpretati da attori locali e proiettati su sottilissimi schermi trasparenti che li rendono reali e spettrali a un tempo. Ci parlano in abiti civili al momento della chiamata alle armi, in divisa dal fronte, coperti di stracci dalla prigionia e listati a lutto al termine del conflitto, e, vi assicuro, si fanno ascoltare, perché filtrano la Storia del mondo attraverso la propria storia e quella delle loro famiglie.

Poi nella mostra ci sono armi, editti e documenti di ogni genere, barelle, attrezzature da campo, elmi e protezioni, filmati, manifesti, mappe, ricostruzioni e una scenografia sobria ed efficace che trasferisce le atmosfere al di là delle cronache. Ma ciò che più fa sentire il peso della disperazione e della solitudine, dell’assurdità e dello scempio, della precarietà e dello sforzo di quella guerra, è l‘incredibile numero di lettere, cartoline, memorie e appunti raccolti dai soli abitanti di Pisa nei pochi anni del conflitto.

Mucchi, cumuli e liste, quaderni spaginati e biglietti ingialliti, molti dei quali vengono letti ad alta voce lungo il percorso della mostra, con tutti gli errori e gli svarioni grammaticali e le ingenuità e le imprecisioni di cui sono infarciti. Perché, lo spiegano molto bene le didascalie dell’esposizione, nell’umido delle trincee e coperti dal fango anche quelli che a scuola c’erano andati solo qualche mese, anche quelli che conoscevano poco più che i rudimenti della scrittura, anche quelli che non si sarebbero mai sognati di mettere in fila più di due parole, tutti ma proprio tutti si procuravano una matita e un pezzo di carta e scrivevano. Scrivevano di buio, di dolore, di freddo, di fame, di desideri e di rimpianti, elencavano nomi di madri, di sorelle e di amanti, nomi di compagni, vivi fino alla lettera successiva, imploravano, maledicevano e sognavano, raccontavano storie tutte diverse e tutte nella stessa tonalità, quella della paura.

E molte di queste lettere esposte nella mostra sono state digitalizzate e possono essere consultate. E oggi c’erano lì, a Palazzo Blu, gruppetti silenziosi che frugavano tra i record e ci cercavano in mezzo nomi di parenti o di conoscenti, concentrati come fossero a caccia di quei racconti che quando erano bambini avevano trascurato, ma che in quel momento sentivano come le tessere mancanti di un passato che con l’età acquista sempre più senso.

E la penombra, e il silenzio raccolto delle persone che facevano le loro ricerche, e le voci delle lettere dal fronte, e il racconto degli attori sugli schermi a figura intera, e i grandi sacchi postali stracolmi, e i cassetti pieni di carte rendevano talmente cupo e angoscioso il contesto, che a un certo punto  la pulce maggiore è venuto da me e mi ha chiesto “Ma è vero che l’Italia non sta per entrare in guerra tra poco?” e io ho risposto “Certo che no, e speriamo che non lo faccia mai più”.

E tra me e me mi sono detta che siamo propri fortunati, perché se ci scappa da scrivere, se mi scappa da scrivere, di certo non è per paura.

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3 Comments

  1. Pisa si ricorda, mentre il resto dell’Italia sembra ignorarla, della grande guerra, quel massacro che durò quattro anni e che pare dimenticato da tutti.
    Veramente interessante è il percorso e come sia stato strutturato la rievocazione.
    Sì, per il momento possiamo ritenerci fortunati perché ne scriviamo e ne leggiamo i contenuti.

      1. Se avrò occasione di passare da Pisa, nel periodo descritto non mancherò assolutamente. Credo davvero che sia suggestiva e dia dei brividi.

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