Un’ora in più – Wellsaid!

Benedetto_Cristofani

Conoscevo un filosofo che trovava ingiusto e anche un po’ immorale che l’ora, legale o solare, cambiasse di domenica. Lo considerava un vero e proprio oltraggio agli onesti lavoratori che dovevano star lì a fare i conti e a adattarsi nell’unico giorno di riposo che avevano.

Che cambiasse il lunedì, piuttosto, così la nuova ora sarebbe diventata affare di tutti, degli uffici, delle fabbriche, delle scuole e dei negozi… Seguiva, in genere, una pausa di silenzio in cerca di conferme. E la pausa, a sua volta, era seguita da sguardi interdetti da parte degli astanti o da improvvise e partecipatissime conversazioni sul tempo.

Così, quando capitava di essere invitati a pranzo a casa del filosofo proprio in quelle domeniche, la cosa veniva comunicata con un filo di imbarazzo dalla moglie: vi aspettiamo con piacere, all’una, la nostra una… ci siamo capiti, no?

Ai tempi questa teoria mi sembrava quantomeno stravagante o meglio al limite del disturbo psichico, ma, a ripensarci ora, lo ammetto, è una stranezza che mi fa ripensare a quel filosofo almeno due volte all’anno, e con un sorriso oltretutto. Quindi, anche solo per questo, può essere considerata una teoria geniale.

Comunque, fino ad ora non avevo mai pensato al cambio dell’ora come una grossa imposizione, anzi piuttosto l’ho sempre salutata come il vero appuntamento con l’alternanza delle stagioni: un’ora di luce in più per stare all’aria aperta, muoversi e incontrarsi, un’ora di luce in meno per stare al riparo, raccogliersi e concentrarsi. Fino ad ora.

Perché lo scorso venerdì, sull’onda dell’entusiasmo per la vigilia del fine settimana e con l’allegria della strada verso casa, mi sono messa a immaginare cosa avrei potuto fare con quell’ora in più di luce che mi sarebbe stata data in dono solo due giorni dopo. E ho immaginato passeggiate mano per la mano con le pulci, calici di bollicine al tramonto, pergole di glicine profumato, acquisti sciccosi dell’ultimo minuto, appuntamenti sul bagnasciuga, lunghi allenamenti tra i campi e tanti nuovi posti da scoprire.

E poi sono venuti il sabato e la domenica, e siccome le pulci erano malaticce, le lenzuola sporche, il gatto innamorato, il piumone il miglior feticcio del gatto, il paese in festa, il traffico bloccato, il cane obeso, l’erba alta e la casa a soqquadro, alla fine quell’ora in più l’ho passata a curare, lavare (di tutto), parcheggiare, tenere a bada, tagliare e rigovernare.

E allora sapete che vi dico? Che aveva ragione quel filosofo lì e che la teoria era davvero geniale. Perché da ora in poi quell’ora in più faccio finta di non averla, me la tengo stretta nel pugno e il pugno me lo tengo ben stretto in fondo alla tasca. E poi, quando le pulci, le lenzuola, il gatto, il piumone, il paese, il traffico, il cane, l’erba, la casa e il resto del mondo meno se lo aspettano, quell’ora la tiro fuori, la tiro fuori e me la passo a fareun bel niente, nothing, nichts, nada, mani sulla pancia, filo di paglia in bocca e sguardo alla forma delle nuvole.

Sì, lo so, è del tutto incompatibile con la mia agenda e con il mio DNA. Ma se riuscissi a farlo una volta, anche una volta sola in tutta la stagione, be’ sarebbe comunque un inizio!

NB: Stavolta l’illustrazione del post è d’autore. Benedetto Cristofani racconta in una sola immagine i desideri di un’intera stagione. Well said!

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