Libri da leggere: 1 grande e 1 piccino

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Sapete qual è il segreto per non sentire nostalgia di un libro? Leggerne tanti contemporaneamente. Me lo ha insegnato un certo amico mio, e funziona! Per questo ho deciso che se qualche volta mi scappa da scrivere consigli di lettura, cercherò di darne sempre almeno un paio insieme.

Negli ultimi giorni, e per puro caso, ho letto due libri che sembrano guardarsi allo specchio, perché uno racconta (di fatto) di un padre alquanto originale e del suo rapporto con la figlia e l’altro di una figlia e della sua relazione con un padre alquanto originale. Il fatto strano è che uno si svolge in Emilia, l’altro in Olanda e che questi quattro, due padri e due figlie, non sembrano essersi mai conosciuti. Il destino o l’amara considerazione che alla fine ci assomigliamo tutti? Chissene. La cosa importante è che queste pagine le ho lette col fiato sospeso e con la faccia liquida, perché lo so che chi mi guardava da fuori si sarà chiesto se non ero pazza a ridere e a piangere e ad aggrottare la fronte e a sghignazzare e a sorprendermi, ad ogni capitolo.

Paolo Nori, “Siamo buoni se siamo buoni”

Il padre originale e la figlia

Che se Ermanno Baistrocchi si risveglia in un letto d’ospedale dopo che era quasi morto, molto del merito ce l’ha la figlia Daguntaj, letteralmente “dagli un taglio”, chiamata così fin da piccolissima perché i bambini sono la nostra ragione di vita ma non si può negare che, dai e dai, scassano. E non è che il libro parli sono di lei, perché parla di amici, di spie travestite da capotreno e nascoste tra i corridoi della Feltrinelli, di rivali, di soci, di sacro e anche parecchio di profano. Ma alla fine è Daguntaj che batte il tempo del libro e, tanto per darvene un assaggio, ve ne regalo un pezzettino, un pezzettino che parla di un inizio perché ormai questo di andare a caccia di inizi è diventato un vizio:

 “La seconda volta, invece, che è la prima volta che mi ricordo, non c’era l’Emma, c’era Daguntaj, nella mia stanza, e io, non so dire perché, era tutto diverso, ma c’era come un colore, era una stanza d’ospedale, ma, non so come dire, con Daguntaj quella volta lì, quando mi sono svegliato, c’era come quel bianco lì delle cucine fatto di cose molto femmine, disinvolte ad esistere, e era come un inizio, come quella poesia di Anna Achmatova “Prima di primavera c’è dei giorni che alita già sotto la neve il prato, che sussurrano i rami disadorni, e c’è un vento tenero ed alato. Il tuo corpo si muove senza pena, la tua casa non ti par più quella, tu ricanti una vecchia cantilena, e ti sembra ancora tanto bella”. Marcos y Marcos 2014, p. 15

La storia non ve la spoilero mica, ma se volete scoprire quello che davvero manca nelle nostre vite, leggete anche solo le ultime pagine, dal rigo 10 di p. 213 fino alla fine, e troverete voi stessi.

Guus Kuijer, “Con il vento verso il mare”,

La figlia e il padre originale

Questa è una storia pensata come fosse per bambini. Ma lo è solo perché i bambini sono molto saggi e ne hanno di cose da insegnarci. Polleke, 12 anni, è impegnatissima a crescere nonostante tutto, nonostante la fatica di essere una delle due sole olandesi nella sua classe (e l’altra è un po’ stronza), nonostante l’amore misto a sfiducia che prova per un ragazzo marocchino, nonostante non riesca a capire fino in fondo la sua amica sudamericana, nonostante il suo maestro stia per sposare sua madre e, sopratutto, nonostante suo padre mediti tutto il tempo e vada in giro con una tunica arancione, anche in treno e in ospedale quando vanno a trovare il nonno, perché lui è così che ha trovato se stesso! E lo sapete in tutto questo com’è la sua visione del mondo? Lieve, come una piuma. Il libro comincia così (ancora un inizio):

“Dicono che le poesie/devono parlare di sofferenza/ed è vero:/questo è un inno alla sofferenza/trallalero.” Feltrinelli Kids 2015, p.10

E di queste poesie Polleke ce ne regala una per capitolo, tutte “tristissime”.

Insomma entrambi i libri valgono la pena. Pronti a leggerli insieme?

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4 Comments

      1. il nomignolo, anzi il nome col quale una persona è conosciuta. Il vero nome si perde subito dopo la nascita. Tipica usanza emilian-romagnola.

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