Cento anni di pugilato – Episodio 2

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Vi ricordate Cento anni di pugilato? La scorsa settimana si è concluso il primo episodio della saga, con la triste morte di Antonio.

Antonio io l’ho conosciuto in palestra, dietro a un deambulatore, accompagnato dal figlio, sorretto dal nipote, loro sudati fradici dopo una sessione di ripetute, lui quasi sepolto sotto i golf, la giacca e il berretto. All’inizio nemmeno mi parlava, ma non resisteva di fronte a quello scempio, e a chiunque gli passasse accanto ordinava “Di’ a quella” che poi ero io “di abbassare i gomiti” oppure “che così non va da nessuna parte”. E quando poi alla fine mi ha rivolto la parola, lo ha fatto per dirmi “Guarda, che è inutile che mi chiami Sergio, io sono Antonio. E aveva ragione, perché, dal momento che là dentro mi facevano tutti soggezione e mi peritavo a chiedere qualunque cosa e una volta mi era parso di sentire un “Sergio”, gliel’avevo ripetuto per mesi quel “Sergio”, salutandolo con grande rispetto ogni volta che entravo e uscivo dalla palestra.

E così si chiamava Antonio, ma anche a sapere il nome giusto, non era mica facile capire chi fosse Antonio. Perché poi ho chiesto e ho scoperto che prima di avere tutti quegli anni e quegli acciacchi, Antonio, era Tony, Tony Norton, il pugile possente e bello che, partito dalla Libia, arrivato a Lucca e da qui subito fuggito, aveva trovato a Roma il modo di far fruttare tutte le sue qualità: i muscoli sul ring e il fascino sui set di Cinecittà. Tony aveva all’attivo comparsate e piccole parti in un mucchio di film cult, dal Colosso di Rodi, a Barabba, da Maciste, a Erik il vichingo ed era perfino nel cast di L’Armata Brancaleone. E alla luce di queste storie, mi tornava già più quell’aspetto da personaggio di Alan Ford, un po’ costruito, un po’ istintivo, un po’ sprezzante, un po’ sbruffone, come mi immagino fosse anche quando sciupava le sue notti romane ai bordi della dolce vita.

Ma non era finita lì, perché ora che è morto, per il solo fatto di essere stato menzionato dalla pagina ufficiale di Bud Spencer, ho scoperto che Tony era stato anche Wildcat Hendricks in una scena di “Continuavano a chiamarlo Trinità” che almeno tre o quattro generazioni, tra cui la mia, ricordano con un sorrisetto ebete: quella in cui Terence Hill al bancone del saloon estrae velocissimo la pistola, la punta su Wildcat, la rimette nella fondina, schiaffeggia Wildcat, riestrae la pistola, rischiaffeggia Wildcat, mira, schiaffo, mira, schiaffo, mira, schiaffo, con Wildcat esterrefatto che si lascia schiaffeggiare. E a saperlo chi era davvero quel Wildcat lì, c’era poco da sorridere, caro Terence, che un montante da Antonio non me lo sarei preso nemmeno un anno fa.

Dunque, tra le tante, una cosa vera l’ha detta il prete durante il funerale e cioè che una vita, che sia una vita di 7 giorni o di 74 anni, ha comunque un suo valore. E, aggiungo io, quella vita, lunga o corta che sia, a guardarla bene, nasconde una teoria di altre vite, una dentro l’altra, una serie di sé che sono il sé solo, il sé sociale, il sé eroe, il sé meschino, il sé generoso, il sé e basta e tanti altri sé che tutti insieme fanno quella vita. E quella di Antonio/ Tony/ Wildcat/ pugile/ padre e nonno di pugili è stata una vita di spezzoni da cinematografo e si è chiusa, degnamente, con un’inquadratura stretta sui guantoni appesi al feretro, seguita da uno stacco su nero.

Così siamo giunti al secondo episodio della saga che, come tutte le storie che si rispettano, comincia con un problema da risolvere. Perché era un po’ che la Morte girava intorno ad Antonio, ma fatto curioso, gli è venuta a bussare alla porta proprio il giorno dopo che si era chiusa per sempre un’altra porta, quella della palestra dello Stadio di Porta Elisa, uno spazio storico del pugilato locale, tolto alla Pugilistica Lucchese a causa di quello che da fuori sembra un dispettuccio da politici piccoli piccoli. Ma sono sicura che Giulio e Leonardo e Maurizio e tutti i ragazzi che già dopo l’“andate in pace” chiedevano di potersi allenare, tutti insieme sapranno andare oltre e, anche nel ricordo di Antonio, assicureranno alla società un futuro da grande schermo. Io resto a bordo ring e continuo a tifare per loro.

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