Perché diavolo l’ha chiamata Ruth?

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A Firenze vicino Piazza D’Azeglio proprio accanto alla sinagoga c’è una trattoria ebraica, si chiama Ruth. Un ambiente dimesso e suggestivo, lontano dallo stile burino di tanti locali del centro.

Avevo una cara amica ebrea all’università. Andare a casa sua era un po’ come giocare a Kaleidos, sapete quel gioco in cui devi trovare in un’illustrazione dettagliatissima quanti più oggetti riesci? Ecco, entrare da Ruth, mi ha fatto ripensare a lei.

Da Ruth tavoli e sedie sono di legno grezzo, semplici, l’intonaco è bianco e il pavimento di graniglia. Ma le pareti sono costellate da una miriade di grandi e piccole cornici e di oggetti accumulati nel tempo. Foto, quadri, poster. Baffi, sorrisi, strette di mano, paesaggi brulli, un calendario con quelle che sembrano citazioni, avvisi forse un po’ minacciosi nei confronti dei debitori, ciondoli souvenir, qualche pentola di rame.

La cucina è a vista e al di là del muretto divisorio si ripete lo stesso ritmo sincopato: mestoli e utensili in quantità, barattoli di spezie, bicchieri e piatti impilati, grembiuli appesi e strofinacci, contenitori di ogni forma, pentole che sobbollono.

Da un lato, proprio vicino all’ingresso c’è una piccola libreria ricavata nella nicchia del muro. “Libri in vendita” dice il cartello, ma a vedere dal grado di usura, tutti li sfogliano e nessuno li compra. C’è di tutto: pubblicazioni d’arte in inglese, guide turistiche in tedesco, romanzi in italiano e altri austeri volumi in ebraico e, nel mezzo, pastelli a cera, carte da gioco sconce, programmi di teatro e appunti scritti a mano.

Ero lì con dei colleghi qualche giorno fa. Siamo arrivati molto tardi per il pranzo, la cucina stava chiudendo, erano rimasti solo i due titolari. Lui, Thomas, ci ha accolti infilandosi la giacca, lei ha scosso la lunghissima treccia grigia e ci ha detto in modo spiccio che potevamo scegliere solo tra lasagne e sformato. Lui, mettendosi il cappello, ci ha bisbigliato con occhi furbi che in realtà c’erano anche la zuppa e i dolci, lei lo ha fulminato con lo sguardo. Lui ci ha fatto un mezzo inchino ed è uscito sghignazzando, lei si è girata di scatto per tornare in cucina. Noi ci siamo seduti a un tavolo zitti zitti, decisi a ordinare nient’altro che lasagne e sformato.

La sala era semivuota. Oltre a noi, una coppia di turisti. Erano alla torta, loro, e la tiravano un po’ per le lunghe, consultando la mappa e chiacchierando tra un sorso di vino e l’altro. Da quello che riuscivo a capire erano Israeliani.

Si sono rivolti a lei in inglese “Are you Ruth?” Sulle prime lei non rispondeva, troppo concentrata a smaltire il dispetto di lui. Ma i due non si sono dati per vinti e hanno ripetuto la domanda “Are YOU Ruth?” “No, I’m not” “That’s strange. Why is this place called Ruth, then?” Negli occhi di lei uno sguardo spaesato e poi una rapida carrellata tra le foto di famiglia. “You’re right, none of us was Ruth, why the hell did HE call it Ruth?” Si è zittita di colpo. Gli occhi dei due turisti, e i miei, che ascoltavo abusivamente la conversazione, si sono tuffati nei piatti per annegare l’imbarazzo.

E così, sguardo basso e orecchie spalancate, ho cominciato a immaginare Thomas, giovane studente di medicina della Firenze bene degli anni 70, abbastanza farfallone e fannullone da essere spedito dal padre ebreo in un kibbutz. Esasperato suo padre aveva chiamato l’amico Aaron, giù in Israele, e gli aveva chiesto il favore di insegnare a suo figlio che cosa significasse lavorare. Thomas, solo pochi giorni dopo, era partito senza nessuna voglia e con una scia di vogliose a salutarlo.

Nel kibbutz Thomas aveva trovato molto di ciò che non amava: la polvere, le vanghe, il sudore, gli insetti, gli orari e le responsabilità. Ma quando il caldo si faceva insopportabile, c’era un posto in cui spirava sempre una brezza rigenerante e si davano appuntamento tutte le dolcezze del medio oriente, un posto preciso, proprio sotto la gonna di Ruth.

Ruth era bella, intelligente e decisa. Aveva studiato ma non portava gli occhiali, era una giovane donna sicura anche senza tacchi e rossetto, leggeva ad alta voce per lui e poi lo teneva stretto, amava, rideva, piangeva e si arrabbiava. Sapeva ciò che voleva, dentro e fuori dal letto. E fu così che dopo un anno, Ruth chiese a Thomas quali fossero le sue intenzioni e, dopo una notte di tante parole e pochi fatti, Thomas si trovò fuori del recinto, con la valigia in mano e tanti saluti da tutti i membri del kibbutz.

Tornato a Firenze Thomas riprese la vita di sempre e tra le tante scelse Beatrice, ebrea per metà. Diceva di essere libera e moderna, agitava la lunga treccia bionda e Thomas le sorrideva, nascondendo in un angolo della memoria Ruth. Thomas e Beatrice fumarono, uscirono, si amarono, bisticciarono, si tradirono, si ritrovarono, studiarono molto poco, non si laurearono, misero al mondo tre bellissime figlie (quelle delle foto sul muro). E per campare aprirono un’ottima trattoria ebraica, in cui, anno dopo anno, Thomas invitò a lavorare quasi tutti i compagni di kibbutz, tranne Ruth.

Certo questa è solo una storia immaginata, una fantasia accennata aspettando un piatto di sformato, ma a giudicare dal silenzio di tomba in cui si è rinchiusa lei (chiamiamola Beatrice) dopo quella domanda così precisa, dai gesti nervosi e sbrigativi con cui ci ha servito e dalla fretta con cui ha spinto noi e la coppia di Israeliani verso l’uscita, non devo esserci andata tanto lontano.

Detto questo, non rinunciate a provare la trattoria Ruth, vale davvero la pena. State solo attenti a non fare troppe domande.

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