Vera nella tempesta

Wknd_Beauty_17

Una raffica più forte le spiaccicò un fogliaccio bisunto in faccia. Con un gesto schifato della mano se lo tolse via e si affrettò ad abbassare il bordo del fazzoletto sulla fronte e ad alzare la sciarpa sul naso. Lasciò solo una feritoia per gli occhi.

Nelle ultime settimane le tempeste si erano fatte sempre più lunghe e frequenti. A mezz’aria volava di tutto: sacchetti, ciabatte rotte, flaconi, bottiglie semivuote, pezzi di plastica e, a volte, anche di metallo, gambe di sedie, stracci e rami, resti di cibo e imballi vuoti. Erano anni che dicevano che quando si fosse invertito il rapporto tra spazzatura e terra, il pianeta sarebbe impazzito. Poi una mattina si erano svegliati ed era semplicemente già successo.

Quel giorno, e in particolare in quel punto, il vento era forte come mai lo era stato, e tutto si muoveva insieme in un’unica direzione. Vera, aveva la sensazione di trovarsi all’interno di un vortice, in balia di correnti circolari e concentriche.

Si sistemò il fagotto che portava sulle spalle, una sorta di fascia avvolta più volte intorno al torace e annodata. Dentro c’era una bambina. L’aveva trovata sotto un mucchio di cartoni senza più nemmeno la forza di piangere. Quando l’aveva abbracciata, la piccola aveva emesso un gemito di sollievo e chiuso gli occhi, proprio come fanno quelle bambole che dormono in base alla posizione. Vera aveva perso i suoi già da tempo e il calore di quel corpicino le aveva ridato speranza. Così se l’era caricata in spalla e avevano proseguito insieme.

Ora sentiva la testolina della piccola sobbalzare passo dopo passo contro il suo collo. Russava forte. Vera incrociò le mani dietro la schiena, proprio sotto il fagotto, si chinò in avanti e si spinse oltre. Fece ancora pochi faticosissimi metri schivando ogni genere di rifiuto e poi di colpo il vento cessò. Era allibita. Si girò. Dietro di lei la tempesta continuava a infuriare, davanti c’era una pace che non ricordava quasi più. Ebbe la conferma di ciò che sospettava: aveva raggiunto il centro del vortice.

Soffocò un grido di entusiasmo, meglio non farsi notare. Poi liberò un po’ il suo viso e quello della piccola dagli strati di stracci: riuscivano finalmente a respirare un po’. Si guardò intorno. Il contesto non era male. Si trovavano su una piattaforma, la cima di un edificio a tronco di cono rovesciato: almeno tre ordini di gradinate che scendevano verso una spianata centrale. Sulla spianata erano piantate un gran numero di tende ed igloo. Un insediamento! Il primo dopo giorni.

Vera fu colta da euforia e allo stesso tempo da una sottile inquietudine. Donne e uomini che salivano e scendevano dalle gradinate, un brusio costante, ma nessun grido o risata. Si scambiavano oggetti, stoffe e libri, forse si trattava di un mercato, e il tutto avveniva in modo sommesso, quasi furtivo. Aleggiava un invitante profumo di arrosto e c’erano gruppetti di persone sedute a terra che mangiavano spiedini di carne e parlavano piano. Vera si ricordò d’improvviso che aveva una gran fame e immaginò quanta ne avesse la piccola.

Si mise alla ricerca di cibo, ma qualcosa la disturbava. Si sentiva seguita dagli sguardi degli altri che al suo passaggio si zittivano di colpo. Non riusciva a capire dove cucinassero eppure l’odore di barbecue era forte. Scese un paio di gradinate verso la spianata. Da vicino l’insediamento sembrava meno vivace: tutto intorno alle tende erano ammucchiate cianfrusaglie e scatole sgualcite e consumate, come fossero scarti di un trasloco troppo lungo. D’improvviso si chiese da dove prendessero tutta quella carne e fu allora che le venne voglia di correre.

Prima accelerò semplicemente il passo, poi cominciò a saltare due o tre gradini alla volta e alla fine si precipitò giù per le scalinate abbandonando il proprio corpo alla gravità. Dietro di sé sentiva passi e rumore di corpi in movimento, sospiri pesanti, ma nemmeno una parola. D’un tratto si girò e vide un fiume di persone che la inseguivano. Correvano guardando fissi lei e la bimba in perfetto silenzio. Avevano occhi crudeli e sguardi determinati. E soprattutto stavano zitti.

Il panico le scoppiò dentro e senza pensarci si infilò in una galleria che sembrava svilupparsi sotto le gradinate. Il cunicolo si intrecciava con molti altri e pian piano li sentì tutti riempirsi di quelle presenze silenziose. Stringeva le fasce del fagotto e, sperando che la bambina non si svegliasse, svoltava angolo dopo angolo con la gola chiusa dalla fatica e la disperazione.

Di un tratto sentì una mano che la afferrava e pensò che fosse finita. Ma a toccarla era una donna, che la strattonò via dal corridoio un attimo prima che questo si riempisse della folla inferocita. Si voltò per guardarla negli occhi. Era magrissima, incinta e drogata di paura. La donna si portò l’indice davanti alla bocca e sgranò gli occhi per imporre a Vera il silenzio, poi le indicò una porta e sparì nell’altra direzione. Vera, imboccò la porta e non appena se la chiuse alle spalle, sentì l’onda degli inseguitori passare oltre. Era stremata, ma corse e corse lungo quella nuova galleria, finché non trovò un’altra porta. Impugnò la maniglia era chiusa. Sentì passi e corpi avvicinarsi e non ce la fece più. Si mise ad urlare e a battere sulla porta, imprecando e implorando che qualcuno la aiutasse.

Di nuovo una mano sulla spalla Signora, si calmi. Quest’area è riservata ai tecnici di squadra. Abbia pazienza, mi segua e faccia la cortesia di ricongiungersi al suo gruppo”. Un attimo di silenzio e un salto a precipizio nel qui e ora Ma certodissimulò Vera e camminò compostamente in mezzo ai due custodi che la scortavano attraverso lunghissimi corridoi bianchi e neri. Nina, sulle sue spalle, chinò la testa in avanti e le chiese a testa in giù Mamma, perché gridavi? “Non è niente piccola, tutto bene”. La voce le uscì nasale e acuta per l’imbarazzo.

Dove eri finita? la accolse stizzito Franco.Edo ti cercava, ci hanno fatto scendere giù per le gradinate come se esultassimo e voleva che sua mamma gli facesse una foto… E Nina? L’hai tenuta sempre sulle spalle? Mi spieghi dove eravate?” Un po’ qua e un po’ là rispose Vera decisamente disorientata dall’esperienza “Certo che sei stram… attaccò Franco “Vuoi dire stra-ordinaria, giusto?” lo interruppe Vera e poi gli stampò un bacio in bocca. Lui sorrise, si presero per mano e uscirono tutti e quattro di nuovo all’aria aperta insieme agli altri.

“Grazie per aver visitato lo Juventus Stadium, vi aspettiamo presto!” E il gruppo si disperse tranquillo. Edo, Franco e Vera con Nina sulle spalle si misero in cammino attraverso il grande parcheggio vuoto. La luce rossa del tramonto e le Alpi a fare da scenario. La serata era mite, solo un po’ di vento che faceva volteggiare le cartacce abbandonate.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...