In palestra con Clemente Russo

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Sì, posso dire di aver portato Clemente Russo in palestra, beh non proprio lui, un pezzo… cioè intendo non un pezzo di lui in carne, ossa e muscoli, piuttosto la sua voce,… Ok, così suona inquietante, mi rendo conto. Comincio dall’inizio.

Ero a Roma il giorno della presentazione di “Non abbiate paura di me”, il nuovo libro di Clemente Russo. A dire tutta la verità non me ne stavo propriamente a vitellonare in Piazza di Spagna. Purtroppo mi trascinavo a botte di mezze pubblici per la disarmante zona industriale di Fiumicino. Ma Roma è Roma, e alla prima libreria che ho trovato, non ho resistito: sono entrata e ho comprato il volumaccio da guagliona tutto giallo e nero (per poi nasconderlo in fondo alla borsa da lavoro).

“Una piccola perversione” mi sono detta, io che oscillo tra testi markettari in anglitaliano e le edizioni indipendenti di narrativa contemporanea. Bah, sarà! Comunque, perverso o no, me lo sono letto tutto d’un fiato nel viaggio tra Ponte Galeria e Pontedera Casciana Terme, passando per Magliana, Trastevere, Ostiense e Tuscolana, con cambi a Tiburtina e Firenze S. Maria Novella. Ed è andata di lusso, che, a furia di leggere, sia riuscita a scendere nelle stazioni giuste.

Mi ero alzata alle quattro del mattino e cominciavo ad avvertire un lieve torpore alle estremità, ma, una volta sulla strada di casa, ho deciso che dopo quella lettura, non potevo saltare l’allenamento. Dalle venti e trenta alle ventidue, tecnica e guanti “O bene bene o male male, al limite svengo”. E già che c’ero, ho portato con me anche il libro.

E sapete che è successo? Anche lì, in un luogo ostile per la carta stampata (Antonio, l’allenatore, ricorda sempre come è diventato pugile “Il Prof. mi diceva ‘Studia, o le prendi’ e alla fine prenderle era meglio!”), anche lì, dicevo, il libro ha fatto il libro, si è comportato proprio come ci si aspetta da lui: ha funzionato da catalizzatore di storie.

La scena è questa: entro trafelata e faccio per appoggiare il volume sul tavolo della segreteria. Antonio me lo toglie di mano “L’hai già preso!” e comincia a leggere. Via via arrivano gli altri, uomini e donne, mollano i borsoni e commentano. “Ah, Clemente Russo… Antonio lo conosce davvero”. Antonio sorride (incredibile!)“Sì, l’ho incontrato. Guarda, qui siamo insieme”. Parte il tour degli articoli appesi al muro, sapete quei ritagli umidi di condensa che sono in tutte le palestre di pugilato e nessuno legge mai? “È uno sbruffone” dice qualcuno “Meglio lui che quest’altro”. Indicano un ritratto di Cammarelle. E via con i confronti tra il composto musone e la furia esuberante. “E oltre ad essere simpatico è anche di molto discreto” conclude un’ardita. Fischi e considerazioni (qui) irripetibili. Chi era già ai sacchi si avvicina, alcuni sfogliano il libro con i gomiti, per non togliersi i guantoni. Tutti cercano date e nomi “Vasilij Filimonov, eccolo! Boia che memoria c’ho, per quel che mi garba…” Particolare successo lo riscuote il capitolo sette. Antonio, con il pollicione infilato tra pagina 52 e pagina 53, brandisce il libro come un manifesto “Questo dovrei farvi fare, ‘Passetti’! Per mesi e mesi, a tutti! Tanto non siete buoni a un …” Facciamo spallucce e lui continua a voce più bassa “Sì, così mi si svuota la palestra, e non riesco a pagare più manco la luce…” Risatine e silenzi di assenso.

Ed è andata avanti per un po’, perché, sempre partendo dall’assunto che il pugile è un animale solitario, che parla poco e quando parla sbava perché non si toglie il paradenti, nonostante tutto questo, Clemente c’era riusciuto. Per una volta avevamo abbassato la guardia, tolto tutte le protezioni (più o meno metaforiche) e stavamo addirittura chiacchierando. Amatori e principianti, donne e uomini, cinquantenni e diciottenni. E anche dopo, quando abbiamo smesso di parlare (ma forse qui sono io che tendo un po’ a vivere nella storia che mi va di raccontare), la sensazione era che l’allenamento fosse più esplosivo e affiatato di sempre. Un libro, un pugno di storie ed ecco fatto il gruppo!

Ok, ma al di là della reazione catalica, com’è questo libro? In generale è un buon libro. Boris Sollazzo, il giornalista co-autore ha fatto quantomeno un notevole lavoro da curatore: la sintassi fila, il lessico è pulito e la spontaneità del racconto non ne esce affatto compromessa. Forse a volte è un po’ dura seguire la sequenza temporale dei fatti, ma va bene, perché sembra di assistere davvero a una lunga intervista a Clemente, in diretta. Bellissime le parti tecniche: gli aneddoti di allenamento, i ritratti degli atleti, compagni e avversari, e soprattutto incredibili le descrizioni degli incontri in prima persona. Vere e proprie telecronache da dentro le corde: a ogni colpo la mappa dei muscoli, dei dolori e delle emozioni.

Ma (c’è un ma) se proprio devo trovargli un difetto, a questo libro, e lo metto contro luce e lo guardo con occhi appuntiti, i miei occhi, quelli di una donna, posso solo dire che sono proprio le donne a mancare. O meglio, ci sono, ma congelate in figure-idolo e trattate con rispetto sacrale. La mamma, la sorella, la suocera, le figlie e Laura, sono tutte d’un pezzo, sempre irreprensibili, dure e pure, eroicamente ed irremovibilmente accanto al campione. Be’ Clemente, sulla tecnica mi intorti come vuoi, ma a questo proprio non ci credo. Possibile che tua madre non ti abbia mai messo i bastoni tra le ruote, anche inconsapevolmente, per la paura di vederti sanguinare? Possibile che in casa non ci siano capricci ricorrenti ogni volta che te ne vai per giorni e giorni? E soprattutto possibile che una campionessa di Judo rinunci a una brillante carriera per dedicarsi alla famiglia senza mai avere nemmeno la tentazione di recriminare un po’? E le atlete del pugilato? Nel film Tatanka, il tuo personaggio a Berlino si allena con una ragazza velocissima. Mai incontrato nessuna che valesse la pena di citare? Ti prego, dicci di sì, perché tanto tanto io che ho scoperto il pugilato troppo tardi, ma ci sono diciannovenni che avrebbero davvero bisogno di qualche riferimento al femminile.

Facciamo così, nel prossimo libro si ricomincia daccapo sull’argomento donne. Vogliamo un capitolo in più ‘Le vere donne di Clemente’, sincero fino in fondo, anche nelle ombre, nelle piccole meschinità, nelle debolezze e nelle paure, che alla fine sono quelle che rendono interessanti le persone. Anzi, ancora meglio, perché queste cose non ce le vieni a raccontare di persona a Calcinaia? Così potrò dirlo davvero di aver portato Clemente Russo in palestra!

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