Il finale, di qua e di là dal mare

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“Livello di sincerità?”
“90%.”
“?”
“Il 100% può risultare dannoso se condiviso con esseri emotivi. ”
“Bene, esaminiamo la pellicola.”
“Propulsione narrativa 95% . Efficacia della fotografia 100%. Massima potenza emotiva.”
Finale?”
In base alla scala EU o alla scala USA?

Più o meno si bloccherebbe qui il dialogo tra me e TARS, il computer monolite coprotagonista di
Interstellar se insieme dovessimo dare un resoconto oggettivo del nuovo film di Christopher Nolan.

Niente da dire, in questa epoca di modeste imprese terrestri e grandiose epopee fantascientifiche, Interstellar si pone ai vertici del genere. Ottima sceneggiatura, scenario da brivido, mondi immaginifici e credibili al tempo stesso e, soprattuto, un saggio intreccio tra sfide futuristiche e universali esistenziali. La polvere, innanzitutto, come metafora dell’inizio e della fine di ogni cosa, e poi l’irrisolta oscillazione tra le ragioni dell’individuo e quelle della collettività, tra l’io e l’umanità, tra l’uomo e il padre. Climax narrativi intensi e catartici, degni di una tragedia classica.

Ma ed è il ma di tutti quelli con cui ho parlato del film poteva finire prima! Che bisogno c’era di mostrare il ritorno? Di aggiustare tutto? Di chiudere il cerchio del tempo? Di dare un forma alla multidimensionalità?” È un’opinione che in parte condivido, ma solo se non mi chiedo che cosa avrebbe prodotto un finale anticipato e catastrofista. Perché la storia, se il film fosse finito prima, sarebbe annegata nella meschinità del genere umano (bugiardo, egotico e di brevi prospettive), si sarebbe interrotta nella brutalità, sarebbe andata a spegnersi nel buio.

E, sinceramente, per quanto sia la “solita americanata” preferisco il lieto fine, il rilancio, il sole versione reloaded, la fortuna dei pionieri, il nuovo inizio. E trovo che questa capacità di riavviare, di spingersi un po’ più in là, sia la grande forza del made in USA, un elemento chiave che manca un po’ o forse del tutto nella cultura europea, esperta di raffinatissimi abissi critici, ma meno propensa a guardare oltre l’orizzonte.

In fondo che male c’è nel rimescolare domande già poste (da 2001: Odissea nello Spazio, Elysium, Gravity) per dare nuove risposte? Che svantaggio mai comporta rappresentare la fisica immaginata, gli incontri impossibili, il percepito e l’intangibile? E, per quanto possa far sorridere ed essere grottesco il risultato, mi viene sempre e comunque da pensare che c’è un legame sottile ma dimostrato tra fantascienza e scienza, tra leggenda e nuova scoperta, tra follia e innovazione e che tanto vale lasciarsi andare e sfornare idee strampalate, assurde, iperboliche, tanto avanti da sembrare ingenue, perché potrebbero sempre diventare altro, oltrepassare il confine della fiction e dare inizio a nuovi futuri.

Sono una sporca filoamericana, una sciovinista al contrario, una parolaia, una sognatrice , un’inetta e, soprattuto, vi ho spoilerato? Bene, indignatevi e reagite! Riavviate il mio giudizio (e il vostro). Missione compiuta.

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