C’è qualcosa che non torna

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Pisa Book Festival 2014, tre giorni dedicati all’editoria indipendente.

Ora indipendente, va da sé, significa spesso piccola, con piccoli budget, piccoli nomi e piccola forza promozionale. Ma indipendente significa anche libera, libera da particolari vincoli commerciali, libera di sperimentare, di osare e un di sbagliare un po’, libera di cambiare. Allora com’è che ogni anno negli stand del Pisa Book Festival trovo sempre gli stessi titoli e a volte non cambia nemmeno l’angolo in cui è posizionato lo specifico stand? Com’è che vado lì per scoprire novità e finisco per comprare sempre gli stessi autori e gli stessi editori? Com’è che dopo aver scorso la lista degli incontri e dei seminari mi dico “Vabbe’, farò un giro tra gli stand”?

È un fatto che a me fa paura. Nella produzione indipendente dovrebbe sobbollire un fermento di idee, dovrebbero deflagrare esperimenti e dovrebbero scorrere filoni sotterranei. E sarebbe importante che questo fosse un’evidenza, una cosa chiara a tutti, anche a chi preferisce il mass market, perché in questo modo la possibilità stessa di essere indipendenti troverebbe una ragione d’essere. “Non mi piace, ma ha un suo perché” dovrebbero dire il businessman rampante intervistato in metro mentre divora un saggio sulla produttività o la signora ormai schiava di 50 sfumature più una o l’adolescente abbonato alle saghe di vampiri con un numero di episodi uguale o superiore a tre. Ma sono sicura che se a queste stesse persone capitasse di visitare il Pisa Book Festival, la loro reazione sarebbe diversa “Ma che fanno ‘sti qua, sempre con i soliti libri polverosi? Perché piuttosto non vanno a fare un lavoro normale!”

Ed è così che si diffonde il pregiudizio che chi produce e chi legge diverso è un topo di biblioteca, un sapientino cresciuto, un nostalgico di tempi trascorsi (chissà quando?) “in cui sì che c’era la Cultura”, una persona di cui non c’è poi tutto questo bisogno. Ma non è così. Chi produce e legge diverso è un curioso cronico, un pioniere audace, un innovatore fervente, una persona di cui c’è assoluto bisogno per garantire una sacca di pensiero laterale, un serbatoio di risposte alternative, una coppia di assi da calare in momenti come questo, in cui qualcosa, ormai è innegabile, va cambiato.

Quindi, se davvero produciamo e leggiamo diverso, cambiamolo questo Festival!

Il libro alla fine è sempre un libro? Non parliamo di libri! Parliamo di viaggi lontani, di grandi persone, di imprese formidabili, di sport e di avventura, di cucina e di chimica, di musica e di matematica. Lasciamo che i libri siano i naturali corollari di ciò che raccontiamo, gli ovvi contenitori delle nostre storie. Lasciamo che siano i lettori a chiederci dove possono trovare quel volume o quale sia il titolo giusto per rivivere quell’emozione.

La carta ha stufato? Sfruttiamo la multimedialità! Gli e-book, certo, ma anche tutti i formati ibridi che possono parlare per il libro: i booktrailer, gli audio assaggi, le recensioni digitali, le video opinioni, le mappe interattive, i racconti in 140 caratteri, le foto storie… tutti elementi combinabili in innumerevoli possibili mix e collegabili tra loro in flussi multicanale, sostenibili e facili da mettere in piedi.

L’editoria indipendente ha bisogno di spazio? Tiriamo fuori l’evento dagli stretti cunicoli di un Palazzo dei Congressi nato per l’Accademia, strappiamo via gli incontri e i seminari dalle cattedre e dalle seggiole con il tavolino ribaltabile. Portiamo i libri di ricette nei negozi di frutta e verdura, quelli d’arte negli empori di vestiti, la narrativa per strada e nelle pasticcerie, i manuali di fai da te nei laboratori degli artigiani, la letteratura per l’infanzia nei parchi giochi. C’è un’intera città che aspetta che la gente si muova, scopra, spenda e si incontri. E un Festival diffuso è un festival facile da incontrare.

Il libro non ha la forza dell’entertainment? Facciamo diventare il libro entertainment. Organizziamo poetry slam, sessioni di scrittura collettiva, di improvvisazione, di lettura condivisa, gare pubbliche di trivial letterario, trasformiamo i portici in sale di consultazione, scriviamo poemi sull’asfalto e torniamo a leggerli dopo che la pioggia ne ha lavato via brani interi.

Vi prego, combattiamo il cliché. Dimostriamo, anche e soprattutto in piccolo, che il libro non è un tipo barboso ma un essere alato, capace di trasportarci in paesi sconosciuti, di spingerci verso nuove frontiere, di farci volare alto. Facciamo in modo che la fine del libro sia il vero inizio della storia.

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3 Comments

      1. Ridurre in poche battute un tema così delicato…
        I motivi per andare a qualsiasi festival sono diversi io Alla fine rimango della scuola per cui sono gli eventi a fare la differenza.
        E Pisa per mille motivi rimane serie B.
        Una bella serie B
        Ma quella é.
        Per scoprire qualcosa di nuovo e intrigante occorre come sempre fortuna la come a Torino. Posso dire questo si che trovo ridicolo ecco andare in un festival come Torino a comprare libri che si possono trovare facilmente in libreria spesso scontati
        A Pisa questo pericolo non si corre

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