Torta di mele e parole

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Finalmente sola, dedico un’ora… a fare una torta. Sì, lo so, non è il massimo della vita, ma le ricorrenze si susseguono e mi richiamano ai miei doveri di genitrice con grembiale e mestolo. Non ho ancora iniziato e già mi torna in mente un fatto prima noto e poi dimenticato. Cucinare in solitaria monta i pensieri a neve. Accendo la radio per vedere se riesco a sfumarli, ma, niente, la musica crea solo un inutile sottofondo. Allora smetto di resistere a questa marmellata di neuroni e lascio che il cervello soffrigga liberamente. Quindi, premesso che la ricetta è vera e la torta che ne segue è deliziosa, sta a voi recuperare ingredienti e procedimento in questo impasto di farina, parole e storie, vere quanto basta.

Scegliere la fonte corretta
“L’ho annotata a mano, sicuramente in uno dei miei quaderni” faccio un rapido calcolo dei nati e dei morti e di altri trascurabili fatti della vita, e ricostruisco che sarà stato il 2010. “Nooo, guarda che scrivevo in quel periodo!” Ci sono appunti sulla rinascita dell’artigianalità, l’attitudine a riusare, la voglia di esprimersi e nuove forme di viaggio. Le sono andate anche a raccontare alla Camera di Commercio quelle idee, durante un’iniziativa per l’imprenditoria femminile, dal rutilante titolo Busy Ness Woman. Io dicevo “accoglienza e creatività”, loro mi rispondevano “b&b”; io ribattevo “non è questione di lavare lenzuola”, loro commentavano “sfaticata” e, più o meno, fine del dialogo. Solo dopo sono venuta a sapere del movimento dei makers e del fatto che “turismo creativo” è una voce disponibile nei piani di supporto al territorio in Spagna. Ma, come dice una mia collega con i piedi ben piantati per terra, non basta l’intuizione, occorre saper scegliere il momento giusto! E il tempismo, di certo, non mi caratterizza. Comunque, sfoglia che ti sfoglio, ricorda che ti ricordo, ho trovato la pagina della ricetta. Comincio a preparare.

Preparare gli ingredienti necessari
1kg di mele, 1 uovo intero e un rosso, la buccia di un limone, mezzo bicchiere di latte. E con il frigo ho finito . 150 gr di farina, 100 di zucchero, mezza bustina di lievito e il pangrattato, li trovo tutti in dispensa. Ecco, questo momento è magico! Se fossi, un mobile, sarei la mia dispensa. È la classica credenza anni ’70 (original, più che vintage!): vetrinetta sopra, piano d’appoggio e due ante sotto. Quando era ancora rossa e blu con le maniglie a oblò, troneggiava nella cucina dei miei, poi è salita in soffitta a fare da ripostiglio e, ancora dopo, mi ha seguita di casa in casa, nella via crucis di appartamenti condivisi con altri studenti. L’avevo lasciata a bella posta ammaccata e scrostata, perché raccontasse chissà quale storia, ma a chi entrava e chiedeva (succedeva sempre) evitavo di dire che tanti di quei segni l’avevano impressi i miei denti da latte, mentre giocavo a indiani saltando da un bracciolo all’altro. Presto è diventata parte della mia reputazione universitaria, un totem intorno al quale ruotavano tè anti sbornia alle quattro del mattino, intimissimi pomeriggi domenicali, discutibili cene multietniche e, dopo le feste comandate, luculliani aperitivi a base di avanzi provenienti dall’Umbria, dalla Calabria, dal Molise, dall’Abruzzo e perfino dal Piemonte, terra esotica per quell’angolo di Toscana terrona da fuorisede. Oggi la mia dispensa è di nuovo tutta liscia e dipinta di un rassicurante bianco kindergarten. Non tornerei agli anni selvaggi, ma quel rosso fuoco che occhieggia da qualche lieve imperfezione della vernice, non posso negarlo, me ne ricorda il fascino.

Mescolare con cura
Allora, per prima cosa miscelare uova e zucchero fino a ottenere una crema omogenea e senza grumi. “Ah, l’uovo sbattutto, come lo chiamava mia nonna” e il gesto del cucchiaio che scricchiola nella ciotola mi fa tornare in mente le mille e una merende risolte così, a bombe caloriche. E poi mi diceva che le vere “signorinelle” non hanno i rotoli sulla pancia! Povera nonna, in realtà era solo vittima di un anacronismo, un anacronismo che mi ha sempre fatto riflettere: le generazioni che hanno conosciuto la fame trovano gratificante rimpinzare la discendenza, ma al contempo sono esposte ai modelli estetici della nuova epoca e ne soffrono i dettami. Non c’è consapevolezza nutrizionale né fisiologica, è solo una questione di fatti e di mode. Perché anche i nostri corpi sono pezzi di storie, anzi pezzi della Storia, che assume forme scheletriche durante i grandi conflitti, tondeggianti con la ripresa, ascetiche nella decrescita, obese in tutti periodi inquieti. Memo da brava mamma: il cibo è cibo, non amore, potere o controllo. Continuo. Aggiungo farina all’impasto, mescolo forte con la frusta e, quando il tutto è compatto e omogeneo, ci grattugio sopra il limone.

Aggiungere il lievito e versare nella teglia
Prima di utilizzare il lievito lo sciolgo in mezzo bicchiere di latte, appena tiepido. L’ho imparato da un imprenditore del Chianti poco convinto. Sapeva tutto sui lieviti e sulla chimica della sua tenuta, ma, manager del vino per successione, ematologo perché mamma voleva e poeta mancato, sognava di lavorare con i fiori. Aveva il progetto di un portale di consegne floreali virtuali, ciascuna accompagnata da immagini, suoni e parole coordinate con la varietà di fiori scelta. Scriveva versi per i nontiscordardimé, haiku per le magnolie e allegre ottave per le fresie. Allora mi faceva sorridere, oggi penso che la sua idea sarebbe perfetta per una app, che forse esiste già. Aggiungo latte e lievito, mescolo ancora e intanto accendo il forno perché raggiunga i 180° consigliati. Non uso il burro per ungere la teglia, ma olio extravergine di oliva che spalmo sul fondo e sui bordi con un po’ di carta da cucina. Poi rovescio un mucchietto di pan grattato nel centro della teglia e, scuotendola con le mani, lo faccio aderire a tutte le zone unte. È un gesto che ha la tattilità dell’estate, come quando batti sull’esterno del secchiello perché il tuo castello sia perfetto, o quando con il palmo della mano sfreghi via la sabbia dai polpacci, riscoprendo quanto è liscia la pelle. Ci siamo, verso nella teglia,  aggiungo le mele tagliate sottilissime, un giro d’olio, una spolverata di zucchero, e inforno.

Cuocere per 40 minuti in forno a 180 gradi
Imposto il timer a forma di pomodoro. Ora ho 40 minuti per… No! Mi vieto di rassettare. Metto una seggiola davanti alla porta finestra. Il tramonto è dietro ai muri del cortile, ma la luce rossastra filtra tra le foglie del melograno e ne accende le infiorescenze. Via via che cala la notte, si accende anche la luce solare a globo sospeso. “Sembra una luna, ma non fa niente luce” si lamentano spesso gli ospiti. A me non importa, mi fa star bene, mi ricorda Ilaria, che si stupisce ancora davanti a ogni falce o plenilunio. “Sei la mia luna” le dico ogni sera, “e tu il mio cielo” continua a rispondermi prima di chiudere gli occhi. E poi ci addormentiamo insieme, in un groviglio di mani, capelli, gambe e odori fantastici. Spero che la luna continui ad esserci complice. Mi immagino Ilaria ventenne dall’altra parte del mondo o dall’altra parte del pianerottolo. E immagino me, che fremo e mi trattengo dal chiamarla ogni giorno. E immagino che, in casi estremi, chiederò alla luna di mostrarmi nel riflesso di una macchia cosa stia facendo Ilaria, cosa pensi e cosa desideri. Il campanello? No, è il timer. Mmm senti che profumo intenso, forse un po’ troppo intenso… Scatto verso il forno e tiro fuori la torta. Perfetta! Soffice e dorata.

Ora suonano davvero, sento un vociare vivace. Tra poco non ci sarà più la torta e spero che si facciano fuori anche questo pasticcio di parole e pensieri. Stasera vorrei tenermi leggera.

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