Daccapo

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Viaggiare con i bambini è difficile, inutile girarci intorno. Ma è altrettanto vero che è importantissimo. Sì, certo, per loro, perché vedono, sperimentano, scoprono, bla bla bla. Ma, in una visione più parziale e sicuramente egoistica, per chi li accompagna, per noi, per me nella fattispecie.

Siamo a Parigi da poco meno di una settimana. Abbiamo scelto questa città perché per noi è un luogo di grandi emozioni, emozioni che si trasmettono da generazioni. È qui che il nonno e la nonna hanno passato i primi anni da sposati, è qui che la nonna sarebbe voluta tornare ed è qui che è giusto ricordarla. È stato proprio grazie a lei che qui abbiamo passato l’ultimo periodo da fidanzati, prima che Niccolò nascesse e cominciasse un nuovo, estenuante, vibrante, impegnativo, fantastitragico periodo della nostra vita. Ora sono passati sei anni e siamo di nuovo qui, in quattro.

Adesso dobbiamo ricominciare daccapo. A guardare le cose dal basso, a misurare le distanze a piccoli passi, a contare le ore in istanti. Ma non è solo un fatto di pesi e misure. È qualcosa di più profondo che impegna tutti i sensi del corpo insieme e il cuore e il cervello e, se ci sono, gli organi del rapporto e dello scambio (forse le mani e gli occhi?), perché ti accorgi che come in un’infinita prova generale i bambini ti fanno ricominciare daccapo e daccapo e daccapo, così che tu e loro, in relazione a te, cambiate e migliorate e vi affinate e diventate ricchi di mille sfumature.

Daccapo 1. Appena arrivati, gironzolando per il centro, siamo capitati dentro Nôtre Dame. Ci ha accolto una sontuosa celebrazione domenicale: profumo di incenso, paramenti dorati, cori e un caleidoscopio di trasparenze colorate. “Perché cantano, mamma?” E per quanto sia scettica, atea o agnostica, indignata e contraria, a spiegare che quelle persone si incontrano lì perché credono in qualcosa e stanno insieme e si tengono per mano e cantano per dimostrarlo e per ricordarselo l’un l’altra, a spiegarlo mi si è rotta la voce. Potere e suggestione del sacro. Accendendo la candela, però, mi sono data una regolata e mi sono affidata al molto più terreno concetto “una luce un desiderio”… Quando è troppo è troppo.

Daccapo 2. A suon di zoo, parchi giochi, partite a “uno”, pipì e merende la giornata rischia di essere davvero lunga. Così, complice mio marito, la mattina quando tutto tace, o quasi, sgattaiolo fuori in tenuta da jogging e mi sparo un’ora di corsa e musica. Ma voi lo sapete quanto è bello il Lungo Senna un po’ prima delle 8, e cosa si vede a quell’ora dal Ponte dell’Impero, e come è pulito e pettinato il Jardin du Luxembourg, e che profumo di pane c’è in Place Saint Michel quando i turisti sono ancora nei gusci e come sono gentili (caso unico in tutta Parigi) gli inservienti delle Tuileries con i primi visitatori, e come è alto il cielo in confronto alla Tour Eiffel? Chi me lo fa fare in vacanza? Conosco un paio di buone ragioni: si chiamano Niccolò e Ilaria. Ah, prima che siate voi a correre per chiamare il telefono amico dei ragazzi-padri, sappiate che durante la giornata Lui va a nuotare. Pari e patta.

Daccapo 3 e 4. Non mi ricordo nemmeno perché abbiamo discusso, ma so per certo che ci siamo trovati nel meraviglioso spazio di Les Arènes de Lutèce, teatro di antiche naumachie, Nicco con le lacrime agli occhi e io con i crampi allo stomaco. Che dopo aver spiegato io quel che è giusto e quel che non è giusto e dopo aver detto lui che io gli faccio paura quando urlo, avrei voluto dirgli di finirla lì e di guardarci intorno e di considerare in che posto straordinario eravamo e di darci la mano e di passare il resto del pomeriggio con il naso all’insù, apprezzando la possibilità di stare insieme, fregandocene di tutto il resto. Ma ci è voluto Baba per appianare la cosa. Il che introduce altri 2 daccapo: uno – riconsiderare l’urlo come forma espressiva (per me tanto naturale, quanto riprovevole per il resto del mondo), due – tenere a mente che “interessante” è una categoria che varia molto dall’età e dalla situazione e che per un seienne incazzato con la mamma il fatto che i Romani si ammazzassero in meno di due metri d’acqua è perlomeno indifferente.

Daccapo 5. Quest’ultima riflessione su cosa sia interessante e cosa no per me è davvero nuova. Con una pancia di quasi nove mesi hai sognato di portare il tuo futuro figlio nell’esposizione etnografica più bella che tu abbia mai visto, piena di maschere suggestive, copricapi indiani, spade e tamburi, sospesi su fondali neri, illuminati da luci colorate, disposti così come venivano usati, e poi quando succede che ci siete, leggi nei suoi occhi un velo di noia mortale, per quanto si sforzi di compiacerti. Poi vedi tua figlia sprizzare entusiasmo nell’acquario più sgarrupato degli ultimi anni (e guardate che ne abbiamo visitati tanti), e scopri che l’attività che avevi programmato come momento di pausa mentre visiti la Cité de la Science e che consiste nel travasare acqua è in realtà il momento più esaltante della giornata. Memo: prima di assumere fatti o preferenze chiedere sempre “ti andrebbe di?”, sembra scontato, ma…

E siamo solo al giorno 5. Quante volte dovremo ancora ricominciare? Almeno dragomila, direbbe Nicco. Va a finire che si scopre che quella storia che invecchiando si diventa più saggi è un falso e che in realtà la saggezza non sta nei tessuti che deperiscono e nelle ossa che scricchiolano, ma è un segreto che conservano i bambini, un seme che impiantano in chi spende tempo a stare con loro e che germina solo se con loro si continua a stare.

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