Fatti un film

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Per una cacciatrice di inizi nerdacchiona come me era un’occasione da non lasciarsi sfuggire: visitare un parco tematico sul cinema, a 48 ore dall’inaugurazione, nel giorno in cui sono entrata negli anta. “Bella cazzata!” ha sbottato mia zia, quando nella telefonata di rito per gli auguri mi ha distrattamente chiesto “e cosa fai oggi?”. Comunque, nonostante rispetti la cristallina opinione della congiunta, resto dell’idea che il progetto fosse buono, proprio perché si posizionava all’incrocio di tre storie quella del cinema italiano, quella dei Dino Studios (ma secondo voi Dino sta davvero per De Laurentis?) e la mia, che comincia ad essere una lunga storia. E indovinate un po’? Tutte e tre le storie passavano sotto una stessa porta, quella di Cinecittà (World), ricostruita proprio uguale all’originale a due passi dal litorale romano. E così è stato, ci siamo stretti la mano tutti e quattro (perché le fauci del Dio Moloch sono davvero un po’ paurose) e abbiamo attraversato Piazza Cabiria. Il primo giro è stato mozzafiato: ambientazioni ricostruite con precisione impressionante, colori giusti e materiali verosimili, dimensioni imponenti. Una bellissima scenografia… peccato un po’ vuota, o meglio piena di operatori impacciati, frotte di responsabili della sicurezza che scattavano ad ogni rumore improvviso e addetti alle giostre che consultavano febbrilmente i manuali d’uso. C’era da aspettarselo, era l’inizio. Ma dal momento che il vuoto l’ho avvertito e rischiava di rovinarmi la giornata, ho deciso di riempirlo in autonomia con possibili incipit ispirati a quei set da favola. La faccio “analogica” e riavvolgo il nastro fino al punto in cui ci siamo avventurati in Cinecittà Street:

Una Ford nera ruggiva in strada. Ho appena avuto il tempo di intravedere il borsalino e la canna di un Thompson MP1A1 che spuntavano dal finestrino prima di lanciarmi a terra, facendo scudo con il mio corpo a quello dei miei figli. Solo dopo che la raffica di spari e le grida si sono diradate, ho alzato la testa. Intorno a noi c’era sangue ovunque e in aria galleggiavano le piume vermiglie del boa che era rimasto al collo della ballerina di charleston riversa sul marciapiede…La stessa che poco dopo abbiamo incontrato all’Old American Bistrot, mentre, ancora sporca di sugo di pomodoro, sbocconcellava un bagel scorrendo il menù “Sex and the city”.

Rifocillati e ripresi dallo spavento, ci siamo infilati nel Teatro 5 dove una task force di truccatori folli ci ha svelato i segreti più segreti degli effetti speciali, alla maniera di Face Off (lo avete mai visto? È IL reality). Ne siamo usciti antichi alieni, retrocyborg, neocavalieri e principesse delle fate e, un po’ storditi e un po’ immalinconiti dalla nostalgia di come eravamo prima, ci siamo concessi una pausa nel Teatro 5.

Lì, popcorn alla mano, abbiamo guardato con il fiato sospeso 40 minuti di movie salad, tagliata e montata “sottile sottile che non puoi dire di no”: scene cult, Totò, baci e ultimi baci, la Magnani, addii, scazzottate, il Bud nazionale, ricongiungimenti, la schiena di Fellini e la sedia da regista, action all’americana, spaghetti western, schiaffi, abbracci, lacrime, la Sandrelli e i più bei sorrisi del grande schermo.

A quel punto ci era tornato l’appetito e ci siamo seduti al saloon dell’Ennio’s Creek: bistecca, patate e acqua di fonte in grezze stoviglie di smalto bianco e blu. Quasi all’ultimo boccone Il Cattivo si è avvicinato al tavolo e, rivolto a mio marito, l’ha provocato a freddo “ma due figli così biondi con una moglie mora,…”. Jacopo è scattato in piedi ed è stato Il Buono a trattenerlo. Il Brutto si è subito buttato nella mischia e la rissa si è spostata tra le nuvole di polvere e i cespugli di rovi della main street. Nemmeno a dirlo ha vinto il Buono, insieme a Jacopo, che io ho abbracciato (di tre quarti verso la telecamera) e ho baciato, mentre il fresco vento dell’ovest mi scompigliava i capelli.

Il pomeriggio l’abbiamo dedicato ai rail coaster. Il primo si snodava tra i ruderi di un’arena della Roma Antica, in parte sommersa. Proprio dal punto più alto ho guardato giù e ho visto un manipolo di legionari scommettere su una gara di galli clandestina. Il più corpulento ha alzato lo sguardo verso di me e mi ha fatto il gesto del pugnale che attraversa la gola. Ho finto indifferenza e, ormai per niente impressionata da un banale ottovolante, ho aspettato con impazienza l’ammaraggio.

Poi è stata la volta di Altair, l’immensa astronave parcheggiata proprio in fondo al villaggio western (cowboys contro alieni?). Dopo vari avvitamenti, siamo atterrati malfermi su una piattaforma metallica. Gli extraterresti ci hanno accerchiato, ci hanno spinto in massa in un gelido laboratorio sottorraneo, ci hanno fatto sdraiare su lettini meccanici e… ci hanno offerto un drink verde fluo, omaggiandoci di un casco a onde celebrali da portare via e utilizzare nei momenti di stress.

L’ultima montagna russa era diabolica. Una serie di percorsi concentrici intorno ai gironi dell’Inferno, così come lo ha illustrato il grande Gustav Dorè nel 1867. Poi siamo usciti a riveder le stelle.

Stremati, abbiamo lasciato che i bambini giocassero tra i getti delle fontane danzanti, godendoci le loro sagome contro il tramonto. Ma non era finità lì. E’ stato allora, quando eravamo più rilassati e distratti, che da uno spiraglio della grande porta del Teatro 1 è scivolata fuori un’enorme piovra e, come in ogni avventura caraibica che si rispetti, si è messa a tentacolare, spiralare, sbavare e sbatacchiare corpi a destra e manca.

Non so dirvi come, ma le siamo sfuggiti e, correndo, ci siamo diretti verso l’uscita. Nella più completa concitazione, non ci siamo comunque lasciati scappare un rapido giro nello shop. Io mi sono personalizzata uno spezzone con Pierfrancesco Favino che guardandomi dritta megli occhi diceva a me, proprio a me, che sono una donna fantastica e di credere sempre nelle mie capacità, una videopillola effetto Prozac da condividere e riguardare almeno quattro volte al giorno, prima e dopo i pasti.

Mentre lasciavamo il parcheggio, ho lanciato un’ultima occhiata verso la struttura e lungo il muro di recinzione ho intravisto un telo per proiezioni su cui scorrevano titoli di coda. Mi è parso di leggere “starring Rosa, in the role of You”. Poi ci ha superato un camion e il parco è sparito.

Quanto c’è di vero in questa cronaca? Scopritelo voi stessi con una gita a Castel Romano. Vi lascio solo qualche consiglio logistico:
– muovetevi per tempo: la Pontina è un incubo
– evitate i contatti con zie pragmatiche durante la visita: se il cinema è illusione, loro sanno perfettamente come smontarla
– ricordate che il parco è una grande occasione: se, come credo, anche voi soffrite della sindrome delle fantasie debordanti e surreali che nella quotidianità genera tanto disagio e frustrazione, approfittatene! Fatevi un film… lì si può. The end?

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