Se il 18enne si guardasse allo specchio

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Unastoria comincia (quasi) così “Se il diciottenne si svegliasse di colpo una notte ed allo specchio si vedesse (per magia) per maledizione con la faccia con la pelle dei suoi futuri cinquantanni, (morirebbe) vomiterebbe.”
Alla fine ho ceduto. L’ho annusato dal profilo di Gipi, l’ho sbirciato dai commenti degli altri, ho fatto l’indifferente mentre gli passavo accanto in libreria, e poi, in una piovosissima domenica d’inizio estate, ha vinto lui: è diventato una voce in uscita dal conto online. Ma al di là della dura lotta tra la donna e il libro, com’è questa graphic novel? È una storia, anzi sono 3 storie raccontate benissimo. Originale l’intreccio, struggenti le illustrazioni, poetiche le parole, come accade sempre con il nostro autore. Stavolta, però, il tutto è virato al nero cento cento. Unastoria è cupo, aggroviglia le budella e pone la domanda proibita, per te che stai abbandonando gli enta (o presto lo farai, tocca tutti): “Come invecchierò?” Colpita e affondata, lo ammetto. Questa è una questione che mi pongo un numero incredibile di volte. Prendiamo ad esempio una tratta di metro (una a caso: Stazione Centrale – Assago Forum). Nello spazio di una decina di fermate me lo chiedo almeno 5 volte:

1) Forse sarò così? E seguo con gli occhi una spilungona con i capelli lunghissimi, unti e grigi, che avanza nel corridoio oscillando il bacino (“perché io vivo a contatto con la mia sessualità, anche se la menopausa è ormai un ricordo”). Trascina i piedi in un paio di Kickers sformate e guarda avanti sorridendo, perché lei in grado di vedere, nella bruttura del quotidiano, scenari magici che noi mortali non possiamo neanche immaginare.

2) O così? Lo sguardo si blocca, o meglio si inceppa, sulla sciura milanese precisa e magrissima. Gonna blu un dito sotto il ginocchio, maglina crema girocollo e un filo di perle in parure con gli orecchini. La bocca è stretta in un silenziosissimo “odio che cattivo odore”, l’onda dei capelli cristallizzata nella messa in piega. Seduta (“e ci mancherebbe che non mi lasciassero il posto”), accavalla le gambe con una stretta inconfutabile.

3) Ommioddio! In un momento di difficoltà, potrei rispolverare antichi e discutibili talenti per fare questo. E allungo 20 centesimi alla violinista in disgrazia, che, trascinandosi dietro il trolley su cui ha fissato un amplificatore con il nastro isolante nero, ha allietato un paio di fermate con un playback strumentale stonato e gracchiante. Ora ringrazia, come chi un tempo lo faceva da un palco, e ostenta un sorriso che trasuda fallimento.

4) Arrivo perfino a pensarmi (potenza dell’identificazione) come il killer ceceno in pensione accanto a me. È elegantissimo, azzimato e interpreta in modo quasi convincente il personaggio del fu muscoloso, ora nonno rassicurante. Non fosse che dal polsino della camicia bianca e inamidata spunta un tatuaggio non propriamente decorativo. Sarà…

Ma in realtà non sarà, né sarò mai così, in nessun caso, perché “Ma invece, ma invece, scivolando secondo dopo secondo, per anni e poi decenni, sempre distratto da altro, un giorno, non più diciottenne ello si alzerà, andrà allo specchio (nel bagno) e si vedrà trovandosi mica male per quel momento, di colpo, una notte” (Gipi dixit).

5) Eh già, perché il quinto confronto non me lo sono mica dimenticato. Proprio davanti a me, e me ne accorgo ora, siede l’amata, poi odiata, poi dimenticata compagna di liceo (chiamiamola V). Lei mi ha riconosciuto, io ci ho messo un po’. E ora le sorrido ipocrita pensando “almeno a tanto non sono ancora arrivata”. Ah che soddisfazione, una piccola vendetta 21anni dopo!

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