La prima volta, dopo tanto tempo.

grandbudapestcoppia

Uscite! Là fuori è pieno di storie. Soprattutto se le guardi passare seduto sulle scale di un sagrato seicentesco, al fianco dell’uomo che ami. Due cuori, un kebab e un po’ di ruzze primaverili. Ieri, dopo davvero tanto tempo, ci siamo dati un appuntamento galante, non di quelli strappati alla complicità dei nonni, no, uno vero, con tanto di brivido da nuova baby-sitter, uccellini petulanti al tramonto e tepore tardo primaverile. E questo è già un buon inizio.

Eravamo a Lucca, che, a dire la verità, non è che lasci trapelare tanto dalle sue strade. Dicono che sia una città favolosa, ma se fosse una fiaba, sarebbe “la bella addormentata”. In attesa di un improbabile principe, schiaccia un elegante sonnellino da circa 500 anni. Insomma, fatto salvo l’incredibile week end dei Comics, non succede molto qui, e, quando succede, direi che Lucca In Diretta è l’unica fonte per avere notizie attendibili. Prima di decidere di farci un salto, informatevi bene (siete avvertiti).

Ma questo non significa che Lucca non covi delle storie, anzi ne nasconde di incredibili. Nelle corti, nelle soffitte, nei sotterranei delle mura e dietro i portoni che si chiudono pesantemente proprio un attimo prima che riusciate a passarci davanti. Noi la nostra storia l’abbiamo trovata al Cinema Centrale. L’insegna rosa a neon tremola lievemente proprio alle spalle del bronzo del maestro Puccini. Si entra da un arco e ti accoglie un gabbiotto di legno e vetro, con lavagnetta a lettere mobili anni sessanta (original). Il buio della sala è protetto da una pesante tenda di velluto rosso con finiture dorate. All’interno dell’unica sala cigolano file compatte di poltroncine in legno. Ti siedi e rivaluti subito i vantaggi dei globalissimi movie village. “Bello” dici, e ti cade di mano la lattina mentre cerchi il portabibite senza successo.

Abbiamo visto Grand Budapest Hotel, e vi assicuro, non si capiva se la pellicola raccontasse la realtà nello schermo o quella nella sala. Un albergo, una volta imponente, vive una lenta, raffinata e decorosissima decadenza. Il film ha un incipit travolgente, salti temporali (oggi, negli anni 80, negli anni 70, negli anni 30), un moltiplicarsi di punti di vista (il narratore anziano, quello giovane, il protagonista, la spalla in versione adolescente e in versione vecchio, il lettore), una carrellata di personaggi straordinari, scenari e ambienti dai mille particolari minutissimi, un cast stellare. Eppure, dopo i primi venti minuti, la fotografia visionaria, l’ironia un po’ grottesca, l’ottima recitazione non bastano più e ti monta un certo senso di disagio strisciante “caspita dovrebbe proprio piacermi questo film, no?” ma risponde solo un lieve ronfare del coniuge.

Ho passato la giornata a chiedermi perché una ricetta che combina ingredienti tanto perfetti non sia a sua volta perfetta. E sono arrivata all’idea (naturalmente non definitiva) che questo sia dovuto al fatto che il racconto finisce in battere, che l’intera narrazione guarda al passato, che la compiaciuta precisione con cui si chiudono tutte le storie non lascia spazio a nuovi incipit. Fine, punto, basta… vi è piaciuto, vero?

Ma a noi, si sa, le cose troppo concluse non piacciono!

 

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